Cos’è l’uomo perché te ne curi?

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Nefesh, ruach, basar sono i termini che, insieme ad altri, declinano l’ampiezza cromatica dell’affresco, unitario e molteplice insieme, della comprensione dell’uomo nella tradizione ebraica antica. L’uomo biblico giunge a questa comprensione di sé, di ciò che ha di più intimo, a partire da un viaggio fuori di sé. Lech lechà! Vattene! Con queste parole inizia l’avventura di Abramo, la storia del popolo di Israele. Questo movimento che consiste nel partire per altrove, per udire in un luogo sconosciuto la parola di Dio, per sperare che giunga da altrove il suo volto, in una storia sorprendente, rivela come l’identità personale si costruisca nella relazione. La xenitìa, lo “sradicamento” di Abramo è il simbolo di una condizione fondamentale dell’uomo: lasciare se stessi per scoprire l’estraneità che ci fa capaci dell’altro. Così come sradicata è la costola di Adam nell’estasi dell’altro di fronte a sé.’Ishàh, tratta da ’ish, è l’ossimoro asimmetrico, è colei che è esattamente come lui pur essendo a lui irriducibile. Di fronte a sé, nel volto dell’uomo, la più bella tra le creature, si rende presente la shekinà stessa. La costituzione dialogica e l’irriducibilità dell’uomo al resto del creato, qui espressa nel Salmo 8, fa dell’anima lo spazio della libertà e della responsabilità. Così, anche prendersi cura della neshamà, l’anima, il nucleo intimo della sintesi dell’identità personale, è esserne responsabili, cioè risponderne. Ecco infine rendersi evidente il carattere dialogico di entrambi i termini della conversazione.

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